Non è un paese per donne

Quanto sono importanti le parole? Identificare una persona con un nome proprio contribuisce a descriverla come entità unica e a fare di lei “memoria”. Senza le parole non esisterebbe la memoria.

Ma il filo che collega parole e memoria è così sottile che, quando un nome si dimentica, piano piano si affievolisce anche il ricordo a esso legato. Per questo è importante mantenere vivo quel ricordo, soprattutto se si tratta di persone che hanno contribuito a costruire l’identità stessa del nostro Paese. Mi spingerò oltre. Soprattutto se si tratta di donne che hanno fatto grande la nostra storia.

Sto parlando nello specifico di storia recente. Quante donne hanno dedicato la loro vita al servizio degli altri o di una causa? Quante di esse vengono ricordate?

Esiste un modo per riportare alla memoria e dunque far conoscere queste figure: intitolando loro le piazze e le vie dei nostri Paesi. Lo spazio urbano definisce infatti la nostra identità.

A livello nazionale circa il 4% dei luoghi pubblici (strade, vie, parchi) porta il nome di una donna. Abbassando lo sguardo alla provincia reggiana nella quale abitiamo, emerge che Campegine è il solo comune a non avere vie, strade o piazze intitolate alle donne. Lo accompagna in questa classifica solamente Vetto, dato di ben poca consolazione.

Insomma, il nostro non è un paese per donne. Eppure gli spunti non mancano. Tra gli altri, il progetto “Partigiane in città” che contribuisce a raccogliere nomi/storie di donne che si sono distinte come antifasciste a cui dedicare luoghi pubblici. Oppure, il concorso “Sulle vie della parità” rivolto alle scuole e finalizzato a trasmettere maggiore senso di appartenenza e un sentimento di “cittadinanza attiva” nei confronti delle scelte di chi amministra. Come dire, una bella opportunità …

Ma forse, qualcosa può cambiare.

Quest’anno ricorre il centenario dell’arrivo di suor Giulia Benso a Campegine (1918). Ricoprì per oltre 55 anni il ruolo di insegnante e per 26 anni quello di direttrice dell’asilo comunale (fu proprio suor Giulia a farsi promotrice della realizzazione di un asilo pubblico a Campegine). La suora cottolenghina si dedicò ad opere caritative e, nella Seconda Guerra Mondiale, l’asilo ospitò molti sfollati provenienti dal nord Italia. La Parrocchia ha chiesto pertanto all’Amministrazione che le sia dedicato un luogo pubblico nel quale si possa ricordare una figura di campeginese “che tutto diede agli altri accogliendo ed educando prima di tutto al rispetto”.

Fare questo primo passo sarebbe un segno, forse nulla più. Oppure l’inizio di un cambiamento davvero importante, per il nostro piccolo Paese.

Potrei parlarvi a lungo di come le risorse femminili costituiscano uno dei più importanti “capitali del cambiamento” in termini di rinascita economica e sociale. Vi proporrò invece unicamente questa riflessione finale:

“La donna, si racconta in storie antiche, è stata fatta per ultima non per ripensamento tardivo, toppa al tessuto lacero, scarto di ciò che era già perfetto, ma perché solo alla fine di un’opera si giunge al suo compimento, perché solo alla fine l’artista scopre ciò che stava cercando, la vita che stava creando” (A. D’Avenia)

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