Aperto per libertà

Mi sono stancata. Stanca di miti vuoti, di strumentalizzazioni, di false ideologie cavalcate per puro interesse. Voglio dire e cercare la verità. E la verità è che la liberalizzazione NON sta distruggendo le famiglie italiane. No. Questo è marketing nel senso peggiore del termine.

Così come è marketing la recente dichiarazione di un’insegna della Grande Distribuzione “La domenica è un giorno importante, tradizionalmente dedicato agli affetti, alla cura di sé e al riposo. Per questo sentiamo il bisogno di schierarci a favore di nuove regole”. Credo purtroppo sfugga che il regime attuale è quello di libertà e che se l’insegna in questione volesse davvero chiudere potrebbe farlo a partire da domani.

Discorso a parte va fatto per il ruolo del tempo.

Due sono i punti di vista che vanno considerati: chi compra e chi lavora. Il primo vede le famiglie italiane che, secondo alcuni, passerebbero la loro domenica all’interno di freddi centri commerciali, anziché dedicarla a quel “ricordati di santificare le feste” e ad un laico stare insieme. Dimenticando in questo caso un fatto importante: la volontà. Se davvero la volontà è quella di passare una giornata negli affetti della propria famiglia, non sarà certo un negozio aperto ad impedirlo. La partecipazione religiosa, in drammatico calo, richiederebbe un’analisi profonda dall’interno, anziché dare la colpa a questa o quella causa esterna.

Il secondo aspetto riguarda chi lavora. Vogliamo imboccare la strada dell’ideologia? Benissimo, allora si decida di restare tutti chiusi, dal piccolo dettagliante al grande outlet, senza tralasciare il commercio online, ma non solo. Ristoranti, bar, tutto ciò che non è strettamente legato ai servizi essenziali per le persone: tutto chiuso. Vogliamo restituire il tempo ai cittadini, e non ai consumatori? Vogliamo davvero farlo tornando clamorosamente indietro rispetto alla realtà in cui viviamo?

E se la libertà fosse applicata anche ai lavoratori? Il tempo domenicale non ha lo stesso valore per tutti: diverso è parlare a chi ha famiglia e vive la settimana tra mille impegni e scadenze e a chi invece ha la possibilità di gestire il proprio tempo con maggiore flessibilità e per i quali la domenica può essere un giorno di lavoro come un altro. Perché non estendere il diritto alla scelta anche a chi offre il proprio lavoro in termini di tempo e competenze, anziché imporre indistintamente un obbligo a tutti? O ancora peggio, un divieto.

Sarebbe assurdo negare il problema. Ho visto esagerazioni in un senso e nell’altro, ho visto le espressioni di chi è costretto a stare dietro una cassa la domenica o a servire il giorno di Natale. Ma mi chiedo e vi chiedo: a fronte di un problema è davvero tornando indietro che possiamo risolvere le cose? Non sarà che è forse la via più semplice, che nell’immediato porta più consensi (ah… il fanatismo del presente, quando la programmazione e la visione di lungo termine sembrano solo utopie …). Chiudiamo pure le porte al mondo, ma stiamo attenti che il mondo stesso non ci passi sopra la testa.

E allora proviamo davvero a cambiare prospettiva. Non passiamo dalla libertà di apertura all’obbligo di chiusura. La libertà completa non funziona? Che si trovi un modo diverso, migliore di andare avanti.

Verso una libertà organizzata. Che altri chiamerebbero democrazia.

Che si definiscano poche, chiare regole all’interno delle quali gli operatori del commercio e non solo possano agire. Che si guardi ai casi di successo all’estero ma anche in Italia e si riparta da quelli. Che si cerchi una strada condivisa e adatta alle caratteristiche del nostro Paese, offrendo reali soluzioni in termini di politiche del commercio e del lavoro.

Ma per favore, scegliamo sempre e solo di andare avanti. Tornare indietro rifiutandoci di vedere il mondo che cambia, non fermerà il cambiamento, ci renderà solo inadatti ad affrontarlo.

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